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\x0d\x0a Alcuni lettori vogliono sapere da che parte si schiererà l’autore di questo francobollo alle prossime elezioni. Riconosco di avere le idee ancora confuse. Mi sento in sintonia con molte convinzioni espresse dal candidato più giovane, quello del partito democratico. Trovo fastidiosi certi suoi vezzi e ancor più l’atteggiamento acritico e talvolta adorante di troppi giornalisti, personaggi dello spettacolo e intellettuali. Però nessun dubbio che sia lui la novità: ha voglia, ha energia e ha un modo di fare garbato ma deciso che affascina giovani e anziani, persino fra gli elettori moderati. Ha saputo evocare un sogno e ci danza sopra come un surfista. Adesso che ha preso l’onda, non sarà facile buttarlo giù. In confronto il suo rivale di centrodestra suscita scarse emozioni. Ha passato la boa dei 70 anni e la sua immagine, che per una parte del Paese rimane epica, trasmette meno energia. Però il suo pragmatismo intriso di buon senso è quel che ci vuole per tenere saldo il timone nella tempesta. E poi non è un baciapile. Anzi, ha dimostrato di saper rinunciare a qualche voto pur di non sdraiarsi sulle posizioni degli atei devoti alla Ferrara. Qualcuno si stupirà nel sentirmi tessere il suo elogio, ma le elezioni non sono un sondaggio ideologico. Sono uno strumento per scegliere il leader più adatto. Il candidato del partito democratico può aspettare: arriverà il suo turno. Ora però non è tempo di esperimenti, ma di certezze. E il settantenne ha accumulato abbastanza sbagli per saper riconoscere quelli da non commettere più. Sì, penso proprio che a novembre farò il tifo per John McCain.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Ma il cambiamento più rilevante che la rete ha comportato nel consumo d’informazione è un altro. Oltre e più che distribuire notizie, Internet nelle sue diverse forme […] attiva un processo completamente diverso: l’«inclusione» del cittadino nella rete. Mentre il giornale «funziona», secondo l’intuizione di Hegel, perché sostituisce Dio nel collegare l’individuo col mondo, e in questa connessione l’unità-base dello scambio è la notizia, con la nascita di Internet, la connessione è direttamente a una collettività umana insieme anonima e personalizzata, il mettersi in relazione con il mondo e con gli altri non richiede più la condivisione di un universo di eventi che non riguardano direttamente nessuno o quasi ma che riguardano tutti proprio in quanto condivisi; è un gesto apparentemente banale: accendere il computer, scaricare i messaggi. L’unità di base di Internet è un’entità tipicamente umana, e sociale: il messaggio, che circola o può circolare direttamente tra coloro che vogliono collegarsi.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Please please tell me that our democracy is not so broke that people’s votes aren’t being counted in this primary. I mean, if Courage Campaign is right and 94,000 votes in LA weren’t counted, I’m scared. Then again, Chicago voters were told that broken pens have invisible ink. At least LA didn’t stoop that low.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Here Comes Everybody is about why new social tools matter for society. It is a non-techie book for the general reader (the letters TCP IP appear nowhere in that order). It is also post-utopian (I assume that the coming changes are both good and bad) and written from the point of view I have adopted from my students, namely that the internet is now boring, and the key question is what we are going to do with it.\x0d\x0a
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\x0d\x0a (tutto quello che vorreste sapere sulle primarie americane, in infografica)\x0d\x0a
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\x0d\x0a Obama deve restare l’uomo dello scandalo, il ribelle dolce, il leader di un movimento spontaneo che non propone di annientare il nemico, alla maniera dei democratici clintoniani e dei bushisti nel 2000 e 2004, ma di conquistarlo alla propria causa. Di “invitarlo a fare il bagno con te per poi portargli via i vestiti” secondo la frase di un grande primo ministro inglese. Per questo fa paura, ai professionisti della politica politicante, come Hillary e ad avversari che portano il peso degli otto anni di manicheismo bushista.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Chi pensa a nuove alleanze finte, a destra e a sinistra, non ha capito il disincanto del Paese, la propensione al cambiamento, l’effetto della nuova solitudine repubblicana che nasce dalla disconnessione di molti cittadini dalla vicenda pubblica.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Questa rabbia sterile e diffusa: invade la vita quotidiana e contamina il linguaggio. Fino a divenire un genere, uno stile di comunicazione. Fa vendere giornali e alza l’audience delle trasmissioni. La denuncia gridata, personalizzata, senza soluzione di continuità, a lungo andare, mitridatizza tutti. Perché ci si assuefa, in fondo. A questo mondo di ladri e malviventi. Veri e presunti. Inseguiti dagli inviati di Striscia e delle Iene. Intercettati da servizi segreti e agenzie private. Denunciati sui media, da cui ottengono spazio e visibilità. Fino a divenire, a loro volta, protagonisti. Eroi. Negativi: ma pur sempre eroi. Al centro della scena. Questa protesta che dilaga ovunque, senza trovare soluzione. Sbocco. Quasi un fenomeno espressivo: si protesta per liberare il risentimento che sentiamo dentro di noi. Ma non per “ottenere”. Al massimo per “impedire”. Per porre e imporre veti. Rassegnandosi, però, a non cambiare.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Looking at the search data for January, it’s clear that the Democratic candidates are closest to the fingertips of Google users. Within the two parties, Barack Obama is clearly more searchable than Hillary Clinton, while the three Republicans I looked up are all doing similarly.\x0d\x0a
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\x0d\x0a Although U.S. presidents are one of the most studied groups of political figures and integrative complexity is one of the most widely used constructs in political psychology, no study to date has fully examined the integrative complexity of all U.S. presidents. The present study helps fill in that gap by scoring 41 U.S. presidents’ first four State of the Union speeches for integrative complexity and then comparing these scores with a large range of available situational and personality variables. Results suggest a tendency for presidents’ integrative complexity to be higher at the beginning of their first term and drop at the end. This pattern was pronounced for presidents who eventually won reelection to a second term and was markedly different for presidents who tried to gain reelection but lost. Additional analyses suggested that presidents’ overall integrative complexity scores were in part accounted for by chronic differences between presidents’ complexity levels. Further analyses revealed that this overall integrative complexity score was positively correlated to a set of interpersonal traits (friendliness, affiliation motive, extraversion, and wittiness) and negatively correlated with inflexibility. Discussion centers upon the causes and consequences of presidential complexity.\x0d\x0a
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